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"Trattativa Stato-mafia"

Il Capo dello Stato ha testimoniato per tre ore davanti alla Corte d'Assise di Palermo

L'udienza "speciale" si e' svolta al Quirinale e non sono state ammesse nemmeno le parti civili e gli imputati, che sono stati rappresentati dai rispettivi legali.

E’ durata tre ore l’attesissima testimonianza del Presidente della Repubblica davanti alla Corte d’Assise di Palermo. Un’udienza “speciale”, perché -appunto- era “particolare”, anzi, senza precedenti, il protagonista della deposizione. L’udienza  non era aperta al pubblico e non è stata consentita la presenza degli stessi imputati (nemmeno in videoconferenza) e delle parti civili del processo per la presunta trattativa tra lo Stato e la mafia, tra il 1992 ed il 1993.

Oltre alla Corte, erano presenti nella sala Bronzino del Quirinale il procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi, i sostituti Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene; gli avvocati delle sette partici civili e dei dieci imputati, tra i quali il legale di Totò Riina Luca.

Secondo una nota diramata subito dopo dal “Colle”, Giorgio Napolitano ha “risposto alle domande senza opporre limiti di riservatezza connessi alle sue prerogative costituzionali né obiezioni riguardo alla stretta pertinenza ai capitoli di prova ammessi dalla Corte stessa”. Secondo la stessa nota, il Capo dello Stato ha risposto “con la massima trasparenza e serenità”.

Altre notizie sono state fornite dagli avvocati presenti alla deposizione del Presidente della Repubblica. In particolare, il legale del Comune di Palermo ha riferito che Giorgio Napolitano ha chiarito che “all’epoca non aveva mai saputo di “accordi” tra apparati dello Stato e “cosa nostra”, per fermare le stragi. Lo stesso avvocato ha precisato che il termine “trattativa” non è mai stato utilizzato.

La testimonianza del Capo dello Stato era stata richiesta per avere notizie in merito alla lettera con la quale il suo consulente giuridico Loris D’Ambrosio, deceduto nel 2012, aveva fatto riferimento al suo timore di poter essere considerato “utile scriba di indicibili accordi”, all’epoca in cui svolgeva le funzioni di magistrato all’antimafia e poi al DAP (l’amministrazione penitenziaria).  Secondo uno dei legali di Nicola Mancino, il Presidente Napolitano avrebbe qualificato il timore di essere stato strumentalizzato, paventato da D’Ambrosio, come “mera ipotesi priva di basi oggettive”.

Da quanto si è appreso, tuttavia, nessuna informazione è stata fornita sui colloqui intervenuti tra Napolitano e D’Ambrosio. Da questo punto di vista, le dichiarazioni fornite dopo la deposizione di Napolitano da alcuni dei legali delle parti, non coincidono esattamente con la nota diramata dal Quirinale. Secondo l’avv. di Totò Riina, ad esempio, il Presidente non avrebbe risposto a tutte le domande, avvalendosi in alcuni casi della facoltà di non rispondere, sulla base delle sue prerogative , alle quali -peraltro- aveva fatto cenno proprio il Presidente della Corte d’Assise nel provvedimento emesso a seguito delle richieste istruttorie formulate dalla difesa del boss mafioso

In sostanza, la testimonianza di Napolitano non pare aver portato niente di nuovo, rispetto ai fatti conosciuti. Questo evento straordinario (l’assunzione come teste di un Presidente della Repubblica in carica) continuerà a dividere l’opinione pubblica, perché è veramente molto difficile -in un caso di “scuola” come questo- trovare il giusto punto di equilibrio tra gli opposti interessi da tutelare.

Da un lato, infatti, l’assoluta necessità di garantire tutela formale e sostanziale al Capo dello Stato, che “rappresenta l’unità nazionale” e che, evidentemente, non può essere lasciato alla mercè di eventuali “sceneggiate”, magari ai fini strumentali degli interessi di boss mafiosi pluricondannati, che nulla hanno da perdere da un’udienza che si trasformasse in “caciara”, magari al solo scopo di mettere in imbarazzo e difficoltà un testimone tanto “speciale”.

Dall’altro -soprattutto in un tempo in cui si richiede la massima trasparenza ai politici ed, in particolare, a chi ricopre cariche istituzionali- l’esigenza di dare risposte chiare su un periodo particolarmente buio della nostra storia recente. Proprio ieri il “quirinalista” Marzio Breda sottolineava come, nonostante le evidenti difficoltà organizzative e normative, sarebbe stato tutto sommato preferibile che la deposizione di Giorgio Napolitano fosse assunta in una udienza pubblica, proprio per evitare strumentalizzazioni di vario tipo.

In realtà, l’udienza non era “segreta”, bensì “riservata”; per cui sarà reso pubblico il verbale redatto nella seduta svoltasi al Quirinale. Resta il fatto che, anche dopo le prime notizie diramate dalle varie emittenti e dalle agenzie, le valutazioni restano differenti anche di fronte alle stesse fonti. A fronte della nota del Quirinale, il Fatto Quotidiano ha preferito sottolineare che il Presidente “non ha risposto a tutte le domande”; mentre altre testate, tradizionalmente più attente e rispettose verso le più alte cariche istituzionali, hanno evidenziato la versione del Quirinale.

Si potrebbe intitolare: “cronaca di una polemica annunciata”; nel senso che in questo strano Paese riusciamo a dividerci proprio “su tutto e su tutti”, sempre e comunque.

Resta il fatto che è la prima volta -e, forse, non solo in Italia- che un Capo dello Stato in carica viene chiamato a testimoniare in un processo nel quale l’accusa ipotizza la commissione di fatti gravissimi a carico di esponenti delle più alte cariche dello Stato.

Naturalmente -e questo non è mai stato messo in dubbio da nessuno- di questi fatti, l’attuale Capo dello Stato sarebbe stato, eventualmente, solo spettatore. Resta il fatto che, comunque, siamo di fronte ad un evento “straordinario”, mai accaduto prima; e, forse, nemmeno ipotizzabile in un Paese “normale”.

 

 

 

Moreno Morando

(28 ottobre 2014)

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