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Rimedi in tempi di crisi

Disoccupazione e riduzione dell'orario di lavoro

L'esperimento attuato in Svezia preso ad esempio da alcuni economisti per combattere la disoccupazione sempre piu' alta nel nostro Paese

La notizia arriva dalla Svezia, dove un esperimento progettato da un dipartimento del Governo di Goteborg, coinvolgerà per un anno cento funzionari pubblici, che saranno divisi in due gruppi: la metà farà solo trenta ore alla settimana, con lo stesso stipendio. Alla fine dell’anno si confronteranno le prestazioni con i dipendenti ad orario normale.

Il Governo ritiene che la riduzione da otto a sei ore di lavoro al giorno, per cinque giorni settimanali, porterà ad un incremento dell’efficienza sul posto lavorativo e ad una riduzione dei giorni di malattia. Al contrario, i rappresentanti dell’opposizione la giudicano solo una campagna populista per guadagnare consensi alle prossime elezioni.

Stiamo dunque andando verso un nuovo modello di economia sociale, dove sarà ancora la Svezia a fare da apripista? Difficile a dirsi; va peraltro precisato che non si tratta di una novità in assoluto: in Francia ed in Venezuela si sono già sperimentate le 35 ore settimanali, ma con risultati alterni. Per essere più precisi, questa è una battaglia fatta propria da tanto tempo dalla forze della sinistra radicale in tutta Europa, Italia compresa.

A parere di alcuni economisti, il famoso slogan “lavorare meno, lavorare tutti!”, tanto in voga nel secolo scorso, sarebbe ancora più attuale che mai, soprattutto in tempi di crisi, povertà e disoccupazione crescente, come quelli che stiamo vivendo.

L’ex segretario confederale della CISL Pierre Carniti, in una intervista rilasciata a l’Unità qualche mese fa, ha sottolineato che “il pregiudizio secondo cui la globalizzazione renderebbe impossibile ridurre l’orario di lavoro andrebbe rifiutato”, perché secondo lui  “ai fini della produttività, quel che conta è il costo per unità di prodotto, non la lunghezza dell’orario settimanale”.

In sostanza, secondo i sostenitori di questa teoria “ripartire l’orario di lavoro tra i disoccupati, costituisce una spinta per risolvere la crisi”.

Si tratta, naturalmente, di un’ opinione degna del massimo rispetto, soprattutto quando si è alla ricerca di tutte le soluzioni possibili per far fronte, in qualche modo,  all’altissimo tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile, ma non solo.

Il problema è che i dati Euristat sul costo del lavoro nella zona dei 28 Paesi dell’Unione Europea, appena pubblicati, ci mettono di fronte ad una situazione molto chiara, dove tra la Bulgaria e la Svezia il differenziale del costo del lavoro orario è addirittura abissale. L’Italia si piazza più o meno a metà, ma nel nostro caso ci sono anche tante altre voci a farci perdere posizioni nella graduatoria della competitività.

L’esperimento svedese sulle 30 ore settimanali è realizzato dal Governo e riguarda dipendenti pubblici; ma non si vede come il nostro Paese, con la situazione economica che si ritrova ed un debito pubblico altissimo,  potrebbe pensare di caricare sul bilancio dello Stato l’onere di interventi come quello di cui si discute. A meno, naturalmente, di ricorrere a drastici tagli in altri settori, che tuttavia al momento non sono realistici.

La situazione peggiora drasticamente se si passa al settore privato. La globalizzazione dei mercati ti impone di essere competitivo. Se non lo sei ci pensa la dura legge del mercato a cancellarti ed a costringerti a portare i libri in Tribunale. E’ brutto, è crudele, ma purtroppo è così. E per evitarlo, un numero sempre crescente di imprenditori italiani va a produrre all’estero, dove il costo del lavoro è infinitamente più basso.

Non lo fanno di nascosto, basta guardare i servizi che passano su Euronews, il canale dell’Unione Europea.

In conclusione, come possiamo immaginare di far fronte alla crisi riducendo l’orario di lavoro, se non si riesce prima a ridurre drasticamente il costo del lavoro?

Quanto al settore pubblico -a parte la situazione economica complessiva ed i vincoli strettissimi imposti dall’Ue- come si può pensare ad una redistribuzione dell’orario di lavoro tra i disoccupati in realtà territoriali dove, sui trecento netturbini pagati dal comune, più della metà risultano inidonei a svolgere le relative mansioni?

 

Moreno Morando

(30 aprile 2014)

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