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SALUTE E COSCIENZA

Convinse due ragazze a non prendere la pillola del giorno dopo, infermiera si licenzia

Ha deciso di non attendere l'esito dell'inchiesta interna all'ospedale di Voghera dove nei giorni scorsi aveva impedito di entrare di notte nella struttura ospedaliera per chiedere la pillola del giorno dopo. Questioni di etica e coscienza, ma la pillola in questione non è abortiva, è un contraccettivo.

Alla fine ha scelto di dimettersi. Margherita U. non ha atteso l'esito dell'inchiesta interna all'ospedale di Voghera dove lavorava (che avrebbe avuto come esito il trasferimento a un altro reparto, sanzioni disciplinari, semplice richiamo verbale, o archiviazione) e dove, nei giorni scorsi, avrebbe impedito l'accesso all'ospedale a due ragazze di circa 20 anni che mentre lei era di turno al Triage del Pronto soccorso le avevano chiesto di indirizzarle al reparto di Ginecologia dove avrebbero chiesto la “pillola del giorno dopo”.

Si tratta di una pillola che di fatto impedisce una gravidanza, non quindi una pillola per l'aborto in senso stretto, ma un anticoncezionale che è efficace fino a 72 ore dal rapporto non protetto. Questo un primo punto di riflessione in quanto l'infermiera quando è emersa la notizia, avrebbe sostenuto di aver preso quella decisione secondo coscienza, perché contraria all'aborto.

La donna nega di aver rivolto minacce o parole offensive alle due giovani, di aver scelto di fermarle, di parlare con loro per convincerle che stavano per fare un errore, pregandole di salvare una vita. A quanto è dato sapere la donna è conosciuta come fervente cattolica e credente, ma davanti alla direzione ha garantito di aver agito per motivi etici.

Lo scontro dialettico è sulla clausola di coscienza per gli operatori sanitari che non si applica ai metodi contraccettivi. Secondo il Comitato europeo per i diritti sociali, il fenomeno raggiunge il 70% di media e in alcune regioni e singoli ospedali addirittura il 90%. All'ospedale Pertini di Roma, a marzo, è emerso che una donna ha abortito in un bagno perché non c'era nemmeno un dottore non obiettore di coscienza. La Asl ha subito replicato: “La donna è stata seguita dal personale che ha l'obbligo dell'assistenza anche nel caso di obiezione di coscienza. Nel caso specifico da due medici non obiettori che fanno parte dell'equipe istituzionalmente preposta all'interruzione volontaria di gravidanza”. Ma sul caso è intervenuto anche il Ministero della Salute: “Abbiamo chiesto alla Regione Lazio degli approfondimenti sulla vicenda. In particolare è stato chiesto alla Regione se abbia intrapreso azioni volte ad accertare che nelle strutture sanitarie preposte sia assicurato l’espletamento delle procedure previste dalla legge 194 del 1978”.

I dati però dicono che a Roma quattro medici su 5 si rifiutano di praticare aborti (nelle strutture pubbliche). Solo il 18,1 del personale medico non è obiettore. Poco più alta la percentuale degli anestesisti (28,5) e delle ostetriche (39,4). 

Giuseppe Bianchi

(7 ottobre 2014)

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