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TAR del Lazio

Annullata l'interdittiva antimafia contro "il re dei rifiuti del Lazio"

Nella motivazione della sentenza il Collegio sostiene che "non puo' disporsi l'interdittiva sulla base di sole congetture"

La società Pontina Ambiente s.r.l, da tempo operativa nella gestione dei rifiuti nel Lazio, si è rivolta al Tribunale Ammnistrativo del Lazio chiedendo l’annullamento del provvedimento con il quale il Prefetto di Roma aveva adottato nei suoi confronti l’informativa antimafia ai sensi del D. Lgs. n. 159 del 2011.

L’atto del Prefetto richiamava le informazioni acquisite dagli organi di polizia in relazione al procedimento penale di cui si sono ampiamente occupate le cronache locali e nazionali e che ha portato in carcere, tra gli altri, un personaggio definito sui media “il re dei rifiuti del Lazio” :  il signor Manlio Cerroni, presidente del Consorzio Laziale Rifiuti (Co.La.Ri.) e proprietario di quote delle soc. E. Giovi srl, P.Giovi srl e  della Pontina Ambiente srl.

Cerroni ed altre persone, tra le quali c’è l’ex presidente della Giunta Regionale del Lazio Bruno Landi, sono accusate di essersi associate “al fine di commettere una serie indeterminata di reati di abuso d’ufficio, falso in atto pubblico, traffico di rifiuti e, comunque, atti o attività illecite necessarie a consentire il mantenimento o l’ampliamento della posizione di sostanziale monopolio del Cerroni Mario e delle sue aziende nel settore della gestione dei rifiuti solidi urbani prodotti dai comuni” nel Lazio, oltre all’accusa di gestione abusiva di “ingenti quantità di rifiuti”.

Nell’informativa del Prefetto di Roma veniva richiamato anche il provvedimento di sequestro di 10.900.910 di €, nei confronti di Pontina Ambiente , e di 7.990.013,33 di € nei confronti della E. Giovi, rilevando che il GIP del Tribunale di Roma aveva fatto riferimento ad un provvedimento interdittivo “emesso il 29.11.2006”.

Sulla base di questi elementi, il Prefetto aveva, quindi, ritenuto che sussistessero “situazioni relative a tentativi di infiltrazione mafiosa previste dal D.Lgs. n.159 del 2011 nei confronti della Pontina Ambienti srl e, con altro provvedimento, della Co.La.Ri. e delle altre società controllate da Manlio Cerroni, vale a dire la E.Giovi srl, la P. Giovi srl e le Officine Malagrotta.

La Pontina Ambiente ha chiesto al TAR del Lazio di annullare tutti i provvedimenti impugnati, mentre il Ministero dell’Interno ha concluso per il rigetto delle domande.  Il Collegio ha accolto il ricorso, annullando gli atti del Prefetto e dei sindaci di Albano Laziale e Pomezia.

Secondo i Giudici Amministrativi “a prescindere dalla natura tipica o atipica dell’informativa emessa il 29/11/2006, su cui le parti si sono soffermate, sono dirimenti l’aspetto temporale e gli stessi atti depositati dall’Avvocatura della Stato sette anni fa sulla società”.

Secondo il Collegio della Sezione Prima Ter del Tribunale Amministrativo del Lazio, quell’informativa non si collega in alcun modo ai fatti che hanno portato all’adozione delle ordinanze restrittive del GIP di Roma nel 2014 -sulla quale si fonda il successivo provvedimento del Prefetto di Roma del 13 marzo scorso- ed è comunque molto risalente nel tempo. Oltretutto, nel frattempo, “la compagine societaria è stata modificata”.

Nella motivazione della sentenza del Tar si fa notare che, “in riferimento alla Pontina Ambiente, erano stati svolti accertamenti, a suo tempo” nei confronti di soggetti che non compaiono nell’ordinanza del GIP di Roma o che sono cessati dalla carica. Mentre, per quello che riguarda Manlio Cerroni ed il Consorsio Laziale Rifiuti, non è mai stato emesso alcun provvedimento interdittivo nella fase precedente.

In sostanza, per il Collegio, l’informativa del 2006 non può “né sostenere il provvedimento interdittivo (ndr : cioè quello del 2014, impugnato dalla Pontina Ambienti), né supportare il carente presupposto costituito dall’ordinanza che dispone la misura cautelare nei confronti di Cerroni e di suoi collaboratori”.

Sulle altre questioni portate alla sua attenzione, il Tar del Lazio ha sottolineato che “sebbene sia esatto (ndr : affermare) che le organizzazioni mafiose comunque denominate, abbiano ormai da anni grande interesse nel settore dei rifiuti, tanto da essere stato coniato il termine ‘ecomafie’, ciò non implica necessariamente che tutti i soggetti sottoposti ad una misura cautelare o rinviati a giudizio (ndr : per) traffico organizzato di rifiuti -per il solo fatto di essere imputati di quel particolare reato- siano automaticamente a rischio collusione con ambienti della criminalità organizzata e che, come tali, non forniscano più sufficienti garanzie per la P.A.”.

In pratica, il Collegio ritiene che “per poter disporre l’interdittiva non basta il titolo del reato riportato nel provvedimento del giudice penale, ma occorre esaminare il contenuto dell’ordinanza o della sentenza del giudice penale e rintracciare nel provvedimento stesso gli indizi da cui desumere il rischio di contiguità con la malavita organizzata, e dunque dell’inaffidabilità dell’impresa”.

Ciò significa che l’interdittiva antimafia “pur non dovendo provare l’intervenuta infiltrazione, deve però sufficientemente dimostrare la sussistenza di elementi concreti da cui desumere il tentativo di ingerenza”.

Per il Tar del Lazio, “non può disporsi l’interdittiva sulla base di sole congetture”;  dato che “nessun riferimento a contatti con ambienti della malavita organizzata si evince dal provvedimento del giudice penale, tali da poter far ipotizzare l’esistenza di rischi di contaminazioni con le ecomafie”; e che “nessun altro elemento indiziario idoneo a corroborare la presunzione derivante dal particolare tipo di reato” è stato prodotto in giudizio : il Collegio ha, quindi, deciso di annullare sia il provvedimento di interdittiva del Prefetto di Roma “per difetto di istruttoria e di motivazione”, sia -per illegittimità derivata- le ordinanze sindacali adottate sul presupposto di quella “informativa antimafia (oggi) annullata.

In pratica, per il Tribunale Amministrativo del Lazio non vi è alcun elemento concreto che possa far ipotizzare che “il re dei rifiuti del Lazio” sia “a rischio mafia”.

Moreno Morando

(25 luglio 2014)

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