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Delfinario di Rimini

Rimini: i quattro delfini restano sequestrati

La Corte di Cassazione ha affermato che integra il reato di “maltrattamento di animali”, il mantenimento in cattività dei delfini, in vasche con dimensioni e caratteristiche tecniche non conformi alle prescrizioni del D.M.469/2001.

Per ora i delfini non tornano in vasca ad esibirsi.

Con sentenza pubblicata il 24 settembre la Suprema Corte ha rigettato il ricorso proposto contro il rigetto della domanda di riesame del decreto di sequestro preventivo di quattro delfini del popolare delfinario romagnolo.

I mammiferi, in attesa che venga definito il processo a carico del rappresentante legale del delfinario di Rimini per maltrattamento di animali, rimangono fuori dalle vasche del parco.

La Cassazione, dopo il rigetto della richiesta di riesame su un possibile “dissequestro” dei delfini, disposto dal gip, ha verificato l’adeguatezza dell’adozione delle misure cautelari per la tutela degli animali.

Siamo ancora nella fase cautelare del processo, per cui si fa rifermento solo alla “astratta configurazione del reato” in relazione al concreto ed attuale pericolo di pregiudizio per la salute degli animali marini.

La questione oggetto di analisi, motivata in modo esaustiva dal giudice che ha disposto il sequestro, verteva sulla astratta configurazione del reato di maltrattamento di animali (nella forma del dolo eventuale) data la condotta dell’agente che avrebbe provocato sugli animali conseguenze diverse dalla lesioni esteriori.

Il reato introdotto nel 2004 prevede testualmente la condotta di chi ”per crudeltà o senza necessità cagiona una lesione ad un’animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili”.

Accanto alla condotta che genera lesioni, rilevante è anche la condotta di chi, come si presume in questo caso, abbia attentato al benessere dell’animale nel rispetto alle sue esigenze naturali.

Dice la Cassazione, il sequestro rimane in piedi.

Dalla visita ispettiva era risultato infatti che ai delfini venivano somministrati ormoni e Valium, alterandone il benessere.

Le vasche poi, troppo piccole, vedevano gli animali soffrire per un comportamento volontario dell’uomo.

La situazione ambientale del delfinario era quindi critica ed in questi termini non ha avuto peso la difesa dell’imputato sulla presunta assenza di dolo: dalla corrispondenza in atti risultava che il soggetto sapeva e si è mostrato sostanzialmente indifferente.

La confisca dei delfini, in conclusione, non viene revocata (almeno fino alla conclusione del processo), per evitare la permanenza dei mammiferi in un ambiente incompatibile alle loro caratteristiche etologiche.

Fonte: Corte di Cassazione

Luca Tosto

(29 settembre 2014)

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