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Le Interviste del Direttore

Un decreto che liberalizza l'utilizzo del lavoratore

Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro della Camera, sottolinea tra passato, presente e futuro i tratti fondamentali della riforma del lavoro

  • Sta esplodendo una questione previdenziale di cui il Governo si dovrà fare carico

  • Il contratto di inserimento a tempo indeterminato è il cuore del problema, ce ne occuperemo nella delega insieme ad ammortizzatori sociali e salario minimo

  • Berlusconi, forse, ha pensato che guidare un paese fosse come guidare un'impresa

  • Il decreto lavoro un compromesso onorevole che affronta: contratti a termine, apprendistato, contratti di solidarietà e documento unico di regolarità contributiva

  • L'Europa dell'euro "punto e basta", è un'Europa insufficiente

  • Per FIAT, l'accordo con Chrysler è un fatto positivo, occorre però capire dov'è la testa dell'azienda e dove la produzione strategica

  • La Politica ha distribuito troppi privilegi nel passato, quindi oggi anche la normalità viene letta come un privilegio

  • Sindacati: una particolarità tutta italiana quella della massiccia iscrizione dei pensionati

  • In Germania c'è sostegno all'innovazione, non c'è conflitto sindacale e c'è la partecipazione degli operai alle grandi scelte dell'impresa

 

1)    Presidente Damiano una vita spesa per il lavoro. Quanto è cambiato il sindacato di ieri con quello di oggi?

Mi sono iscritto alla Fiom-Cgl nel 1970. Erano gli anni della grande fabbrica e della grande concentrazione industriale. Basti pensare che a Torino, nello stabilimento Mirafiori, c’erano 60mila operai a lavoro su tre turni. Poi c’era il Lingotto, Rivalta, Ribassa: in totale 100mila addetti alla produzione di automobili. Di questi 100mila ad oggi ne sono rimasti 10mila. Oggi tanti stabilimenti sono chiusi, e dove c’era una grande Azienda ed una grande fabbrica, oggi c’e un quartiere di Torino semivuoto.

2)    Cosa ricorda della grande conflittualità del mondo sindacale e la dirigenza di allora, culminato con la marcia dei colletti bianchi e come fu vissuta a Torino dove Lei era agli inizi della sua attività sindacale?

Era il 1980, io ero stato appena eletto Segretario Generale della Fiom del Piemonte, avevo 32 anni e fu un colpo molto duro, il sindacato perse la sua battaglia con la Fiat. Fu uno scontro  frontale, il nostro errore fu di non negoziare un processo di ristrutturazione, ma erano tempi di conflitto aspro. Da quegli anni iniziò un declino della grande Industria, ricordo che in 5 anni furono espulsi dalla Fiat spontaneamente o attraverso la cassa integrazione circa 50mila lavoratori del settore auto in Italia. La Fiat passò tra il 1980 e il 1985 da circa 132mila addetti ad 80 mila.

3)    Da li però il Sindacato ha saputo rinnovarsi? Oggi avrebbe bisogno di ripensarsi, anche attraverso nuovi schemi contrattuali?

Se parliamo dell’Occidente capitalistico, lasciando da parte i Paese emergenti, si può dire che il sindacato abbia avuto un declino, un indebolimento. Le trasformazioni delle aziende, le esternalizzazioni prima, le delocalizzazioni poi, la corsa al costo minore della manodopera al massimo della flessibilità, cercata nei Paesi dove la manodopera costa pochissimo rispetto ai Paesi industrialmente avanzati, ha indebolito oggettivamente il sindacato. Diciamo che le confederazioni dei sindacati italiani sono andate in controtendenza rispetto agli altri sindacati europei. Poi c’è la particolarità tutta italiana dell’iscrizione dei pensionati che sono la metà degli iscritti ai sindacati. Basti pensare che Cgl-Cisl-Uil contano circa 10-12 milioni di iscritti tra lavoratori e pensionati.

Una grande forza organizzata che ha saputo anche trasformarsi superando una lunga crisi, quella del 2008, peraltro la più grande crisi economica e sociale che ci sia mai capitata dal 1929. E’  stata una prova durissima per le organizzazioni sindacali. Una risposta che il sindacato, ma anche la politica, non è riuscito a dare è stata quella di unificare il mondo del lavoro. Un mondo del lavoro segmentato, che ha diverse protezioni, la vecchia  generazione confligge con quella dei giovani pronta ad entrare, perché è inutile lamentarsi che i nostri figli i nostri nipoti saranno dei pensionati poveri, se non comprendiamo che se si inizia tardi a lavorare, se il primo lavoro è precario, se si versano pochi contributi, se alle volte il lavoro è grigio o nero senza contributi, e se incominciando tardi, si hanno tante interruzioni ed è inevitabile che si arrivi a 70anni con pochi contributi e una pensione minima. Non è tanto il calcolo della pensione retributiva più conveniente (la mia generazione) o contributiva meno conveniente (la nuova generazione). Il problema è quanto si versa , poi il calcolo può incidere ma relativamente.

4)    Come agire per la riduzione della disoccupazione?

La mia generazione abbinava alla parola lavoro la parola benessere. Oggi abbiamo il lavoratore povero. Avere un lavoro non è detto che permetta di arrivare alla fine del mese. Sta scomparendo il ceto medio. Un tempo un operaio della Fiat, un manovale di terzo livello migrato dal sud alla fine degli anni 50-60 con la valigia di cartone, entrava in quella fabbrica e si stabilizzava per la vita, aveva un salario modesto, una pensione modesta, una protezione, diventando un cittadino consumatore. Un ceto medio, con una casa e un futuro per i propri figli. Una persona che con moglie casalinga riusciva a comprarsi a rate una “seicento”. Oggi tutto questo non c’è più. Bisogna riconnettere il legame tra lavoro e benessere che vuol dire reddito adeguato – cittadinanza – capacità di consumo.

5)    La Fiat di ieri e la Fiat di oggi, quali sono le differenze, considerando i contributi statali ricevuti negli anni e la scelta di oggi di andare all’estero in linea con il nuovo capitalismo speculativo?

La Fiat ha vissuto tante fasi e abbiamo avuto diversi cambiamenti radicali. La Fiat è stata l’Azienda italiana per antonomasia. Il top del Paese. L’acronimo Fabbrica Italiana Automobili Torino la dice lunga. Si comprava Fiat. Se a 20 anni avessi domandato a mio padre di acquistare un automobile, lui mi avrebbe risposto “Usata e certamente Fiat. Quale Renault?. Una cinquecento siamo in Italia”. Era una mentalità diversa. Le frontiere erano chiuse. Si costruivano le autostrade per favorire la motorizzazione. Era un modello sociale economico simbiotico. La politica teneva conto del potere di questa grande impresa. Tutto poi è cambiato.

Le frontiere si sono aperte, i consumatori sono più smaliziati. L’offerta, poi,  è un’offerta variegata. Si sceglie la qualità. Anzi, il rapporto tra qualità e prezzo. La Fiat nell’ultimo periodo in Italia ha avuto sicuramente una debacle, perde mercato, perde prodotto, perché non ha sfornato modelli, non ha fatto sufficiente innovazione. Sull’altro lato c’è stata una scommessa vincente, quella della internazionalizzazione. Ora bisogna capire se parliamo di internazionalizzazione o di delocalizzazione. Io sono favorevole alla prima, se si mantengono le radici produttive nel Paese d’origine e si costruiscono aziende all’estero per conquistare quella fetta di mercato; se invece si tratta di delocalizzare la produttività dal paese d’origine a quello estero perché si produce in un luogo dove la manodopera costa un decimo, accade che il prodotto non sarà di qualità, lo si importa in Italia cannibalizzando lo stesso mercato italiano con evidente detrimento del lavoro e della produzione nella madrepatria. L’azienda è stata a cavallo tra delocalizzazione e internazionalizzazione: l’accordo con Chrysler è un fatto positivo. Nel mondo ci sono troppi produttori di automobili e se non c’è un volume di produzione di 5milioni di vetture prodotte a livello globale difficilmente si resiste alla concorrenza. Trovare quell’alleanza  è stato un fatto positivo, il punto è sapere dove è la testa dell’azienda e dove la produzione strategica. 

Il Piano fabbrica Italia è da un po’ che lo inseguiamo, ma non lo si vede. Marchionne è in Olanda, Stati Uniti ma non a Torino, spero che l’investimento che ha promesso avvenga, anche perché se non ci sono modelli freschi-appetibili-innovativi, se non si offre un prodotto evoluto i clienti si rivolgono altrove.   Vede, il paradosso è questo: un lavoratore metalmeccanico che fa tre turni alla Fiat guadagna 1500 euro netti (ora non li guadagna perché c’è la cassa integrazione). Consideri che  lo stesso lavoratore alla Volkswagen percepisce 2600 euro netti mensili, chiaramente li c’è un altro costo del lavoro e le imposte alle imprese sono più basse delle nostre, e poi si scopre che quel lavoratore tedesco lavora 20 minuti in meno al giorno del lavoratore italiano.  Ed allora come mai loro sanno vendere bene il loro prodotto mentre noi perdiamo quote di mercato? Significa che c’è qualcosa che non va nel modello produttivo, economico del Paese. Li c’è sostegno all’innovazione, non c’è conflitto sindacale e c’è la partecipazione degli operai alle grandi scelte dell’Impresa. Da Noi invece è tutto il contrario. Il Presidente del Consiglio dovrebbe domandarsi se nella sua Agenda c’è anche spazio per la politica industriale. Quali sono i settori dove scommettere?

C’è ancora un settore dell’auto, degli elettrodomestici, della siderurgia, dell’innovazione, delle telecomunicazioni, del tessile, della navalmeccanica oppure siamo un supermercato dove chi viene fa shopping e poi va via?

6)    Ci sono prospettive che le radici del Made in Italy possano rimanere in Italia o avete dati diversi? Quanto potrà fare questo Governo?

Ogni Azienda si muove secondo i suoi standard, le sue scelte. E’ evidente che noi abbiamo a che fare con tante situazioni Fiat, potremmo ricordare Electrolux. La battaglia è  in corso e spero  si concluda positivamente e nel breve. Anche li i nostri impianti produttivi erano più avanzati rispetto a quelli degli altri Paesi. Si è cercato un compromesso nell’attuale Decreto Lavoro. Noi abbiamo una clausola sui contratti di solidarietà,  che li rende più vantaggiosi per l’azienda, meno costosi e quindi potrebbero servire a salvaguardare l’occupazione, ad impedire i licenziamenti e la cassa integrazione.  Abbiamo poi il caso di Piombino, con un’acquirente indiano interessato, con il conseguente rischio della scomparsa della siderurgia italiana considerando che per quel territorio, Piombino è come Torino per la Fiat. Non va dimenticato che noi siamo la seconda nazione in Europa, dopo la Germania, per importanza della manifattura. Infine, oggi corriamo il serio rischio di avere una desertificazione.

7)    Il mondo delle Partite Iva come viene attenzionato dalla Politica?

La Commissione Lavoro ha fatto degli interventi sulle Partite Iva, condivise da tutti i partiti. Bisogna fare una differenza: le partite iva autentiche, cioè chi veramente, giovane o meno giovane, intraprende una professione “liberale” e chi invece è costretto ad aprire una partita iva falsa. In questo ultimo caso si fa riferimento al lavoratore normalmente dipendente, ma mascherato. Un atteggiamento già sconfitto perché ci sono le sanzioni a carico del datore di lavoro. Nel caso di partita iva autentica, invece, bisogna agevolarla. Noi abbiamo combattuto durante il Governo Monti-Fornero l’innalzamento dei contributi previdenziali a questi lavoratori fino ad un contributo del 33% come un lavoratore Fiat. Se il lavoratore autonomo è al 24% e un dipendente al 33%, è chiaro che poi la pensione sarà diversa, ma non possiamo però caricare su questi lavoratori autenticamente autonomi (con p.iva) un apporto contributivo rilevante, soprattutto perché fanno fatica a quadrare i propri conti. Per questo motivo abbiamo bloccato gli aumenti al 27% e chiedo a Renzi di portarli al 24%.

Se un lavoratore è autonomo sul serio paghi come un autonomo. Se, viceversa,  dipendente sanzioniamo l’azienda e trasformiamo il  rapporto di lavoro in contratto di lavoro subordinato al 33% di contribuzione.

8)    Presidente, il futuro potrebbe essere rappresentato da forme di partecipazione dei dipendenti, anche con una parziale condivisione del rischio dell’impresa ma con soddisfazioni economiche, in aggiunta al salario, o comunque altre forme che incrementino la passione del lavoratore per quello che fa e per il suo futuro professionale?

Un dibattito antico che in Italia non ha mai avuto successo, a differenza di quanto già capitato in Germania: i comitati di sorveglianza che sono vicini ai Consigli di Amministrazione, distinguendo bene certamente tra chi sta dentro e chi sta affianco ai Cda. Io sono per questa seconda opzione. Nel Comitato di Sorveglianza si discute del rischio d’impresa e degli investimenti strategici, delle annessioni o dismissioni di azienda. Tale opzione va nella strada di fidelizzazione del lavoratore, e previene il conflitto tra datore di lavoro e dipendente, facendo sentire il lavoratore partecipe delle grandi scelte dell’azienda. In Italia su questo le Imprese sono sempre state tiepide, queste forme di vincolo sono viste come dei lacci delle aziende. In Italia qualsiasi regola è un vincolo. Per la partecipazione agli utili restano i premi di produttività del 1993 previsti dal Governo Ciampi, che comunque risultano, visto che in alcune aziende si sono negoziati i premi di produttività, di poca entità in relazione alla paga complessiva, ma è comunque un elemento di partecipazione al rendimento dell’impresa, per il salariato. Altri pensano all’azionariato popolare, ovvero  remunerare una quota della retribuzione con la distribuzione di azioni. Su questo sono un po’ scettico, ma non chiudo di fronte ad alcuna ipotesi. Non bisogna mai dimenticare che siamo di fronte a due tipi di salario. Il primo è quello che si negozia con il contratto nazionale  e di solito è quello che ripaga la perdita del potere d’acquisto dovuto all’inflazione, peraltro oggi l’inflazione è bassa, e la crescita modesta. L’altro salario è quello di produttività, se un’azienda è ricca, cresce e la produttività se è alta si distribuisce per una parte anche ai lavoratori. Francamente questa mi sembra l’ipotesi più percorribile per far sentire protagonisti i lavoratori. Sono, comunque,  tutte forme già esistenti. 

9)    Nell’era della globalizzazione, con il potere dei singoli Stati che si è ridotto nella contrattazione, non è il caso di avere un’Europa più incisiva?

Sulla globalizzazione si sono dette tante parole e noi anche a sinistra ne abbiamo dato una lettura superficiale. Non è vero che la globalizzazione è buona, almeno non sempre. Gli Stati Uniti hanno dapprima allargato i loro mercati, con Canada e Messico, portando le grandi aziende a delocalizzarsi vicino i confini. Obama, poi,  con il job acts ha invece cercato di riportare le aziende negli Stati Uniti investendo in una diminuzione della pressione fiscale che renda competitiva la remunerazione dei lavoratori americani. Dobbiamo, quindi,  porci il problema delle regole. Non funziona una globalizzazione senza regole. Ci vogliono clausole di reciprocità. Tu mi metti un dazio e io ti metto un dazio. Tu non mi metti un dazio e io non ti metto un dazio. C’è un problema di tracciabilità dei prodotti. Le griffe italiane si stanno accorgendo del danno delle copie del Made in Italy prodotte in Cina. Io non ho nulla contro la Cina, ma le produzioni del sud-est asiatico, voglio pagarle con il valore del lavoro del sud-est asiatico, e non come quelle dell’artigiano fiorentino che cuce a mano. Abbiamo le frontiere aperte, ma dobbiamo vigilare. Ad esempio l’istituto del commercio estero, mi sono sempre chiesto se favorisse la delocalizzazione delle nostre imprese (tirandoci le mazzate da soli) o la internazionalizzazione delle nostre imprese, allora si che conquisteremo nuovi mercati. Mettiamo un po’ di ordine. Io sono un anti-liberista oltre che un convinto europeista, penso che vada cambiata la politica esclusivamente monetarista e  liberista dell’Europa dell’ultimo periodo, perché altrimenti corriamo il rischio di finanziarizzare l’economia con una politica asservita alla finanza. Spero che l’Europa intervenga con delle misure di indirizzo. L’Europa dell’Euro punto, è un’Europa insufficiente.

10)   Parliamo del lavoro della commissione da Lei presieduta, il Governo Renzi mette al centro i seguenti temi: il lavoro, gli esodati, le pensioni,  i diritti acquisiti, ect. Temi  sui quali trovare una posizione condivisa da parte di tutte le forze politiche diventa difficile, cosa fa la Commissione Lavoro?

In commissione abbiamo appena affrontato il testo del Decreto Lavoro e lo abbiamo portato a termine. Le dico sinceramente che questo decreto non mi ha entusiasmato. Un decreto che affronta 4 temi: contratti a termine, apprendistato, contratti di solidarietà e documento unico di regolarità contributiva. L’attenzione si è concentrata maggiormente sui contratti a termine e l’apprendistato.

Si tratta di un decreto che liberalizza molto l’utilizzo del lavoratore, e questa tesi non mi convince. Alla Camera mi sono messo in posizione di correzione, e infatti le note e i suggerimenti apportati sono stati approvati. Forse andava affrontato il contratto di inserimento a tempo indeterminato che è un po’ il cuore del problema, forse Renzi voleva dare uno scossone.  Noi abbiamo accettato questa impostazione anche se non era esattamente quello che volevamo. Non abbiamo buttato giù tutta la struttura del testo ma abbiamo lavorato dentro. Abbiamo introdotto il diritto di precedenza, abbiamo ridotto nei contratti a tempo determinato le proroghe da 8 a 5 e abbiamo chiarito che sono 5 proroghe complessive nei 36 mesi.  Abbiamo chiarito qual è la percentuale del 20% per la quota precari nelle imprese. Abbiamo reintrodotto la formazione. Abbiamo fissato la stabilizzazione, sui contratti di solidarietà alzando lo sconto dal 25% al 35%. Insomma siamo arrivati ad un compromesso onorevole.

Ora vogliamo dedicarci alla delega. Li c’è il problema del contratto d’inserimento, gli ammortizzatori sociali, il salario minimo e su questo ci sarà una bella discussione da fare. Sul tema delle pensioni abbiamo aperto un tavolo con il Ministro Poletti e vorrei che Renzi comprendesse che sta esplodendo una questione previdenziale di cui il Governo si dovrà fare carico. Io non condivido una cosa che dice il Presidente del Consiglio ed un'altra la condivido: quando dice gli sta bene la riforma Fornero. A me non sta bene, perché ha creato una devastazione sociale. Lasciare per strada persone che non hanno più il lavoro, protezione sociale, non hanno ancora la pensione, e devono aspettare 3-4-5-6 anni, vuol dire condurre quelle persone a livello della povertà, della disperazione. Ne abbiamo salvati 162mila con gli ultimi interventi legislativi, abbiamo raggranellato 12 miliardi e 661 milioni di euro, perfino la Germania si sta muovendo. In Italia ripristiniamo le quote che avevo messo quando ero Ministro del Lavoro: quota 96 che diventava 97 che è la somma di un numero fisso 35 anni minimi di contributi e 62 anni di età. Se ne hai 61 e 36 anni di contributi vai in pensione. Alziamo la quota, ma almeno sappiamo che c’è una regola numerica da rispettare. Oppure un principio di flessibilità tra i 62 e i 70 anni, diciamo al lavoratore che lasci per strada un pezzo dell’assegno pari all’ 8%, un pezzo ce lo metterà lo stato, un altro chiediamo alle imprese, ma almeno diamo una speranza ad un'altra platea di persone. Il lavoratore siderurgico a 62 anni se ne vuole andare in pensione, invece il parlamentare o il professore universitario vuole stare fino a 70 anni, ma ne comprendo i motivi, c’è una bella differenza tra stare in fabbrica o stare in parlamento o su una cattedra universitaria.

11)   Molto spesso si fa demagogia, ma la vicenda del vitalizio andrebbe affrontata diversamente, per non cadere nel facile populismo pauperistico. Come la politica vuole affrontare la questione?

La politica ha distribuito troppi privilegi nel passato. Una scelta sbagliata. Il vitalizio è tendenzialmente scomparso. Un tempo entravi in Parlamento per un giorno e poi uscivi ti ritrovavi a 50 anni con un vitalizio di 5/6mila euro e questo è un abuso. Adesso c’è una regola nuova. Dal 2012 c’è il contributivo per il vitalizio come per tutti i pensionati e per tutti i lavoratori italiani, e poi si è fissata una regola saggia che almeno bisogna aver fatto il parlamentare per 5 anni, e poi prendi il vitalizio, sempre se non sei parlamentare e comunque a partire dai 65 anni. Non c’è dubbio che in passato ci sono stati degli abusi. Quando c’è un abuso anche la normalità viene letta come un privilegio. Sono errori che poi si pagano.

12)   Lei prima ha sostenuto che c’è stato un arretramento della politica rispetto alla finanza. Non pensa che ci sia bisogna di ripristinare il primato della Politica in un paese come l’Italia, dove comunque le piccole e medie imprese continuano ad essere il vero motore rispetto alle grandi aziende?

Negli ultimi trent’anni l’invadenza della finanza nella politica è stata piuttosto rilevante, del resto le idee liberiste hanno propagandato e sfondato sulla questione del render liberi da vincoli le attività produttive, commerciali, il mercato del lavoro, altrimenti non si spiegherebbe cosa è successo nel 2008. Quella enorme bolla speculativa sulla quale viaggia ancora oggi l’intera economia mondiale. Se non produci ma esclusivamente scambi, prima o poi inevitabilmente si crea una grande bolla speculativa. E questa ha influenzato la politica, la quale fa ancora fatica a guidare i processi. Un declino della capacità della politica di essere egemone nei processi di trasformazione. Purtroppo anche i partiti sono diventati dei postifici. Io ho scelto la politica perché mi dava degli orizzonti. Se non c’è orizzonte, non c’è politica, non c’è anima. Noi abbiamo rimosso le vecchie ideologie perché ingabbiavano, però abbiamo buttato via anche i valori. Ricordo che a sinistra parlare di Keynes era già motivo di sospetto, mentre oggi parlando di redistribuzione della ricchezza, vieni accusato di togliere i soldi al ceto medio alto.

Nei momenti di crisi quello che non ce la fa va aiutato. Se la politica vuole riconquistare un suo ruolo, deve legare gli orizzonti ai valori della quotidianità. Occuparsi della condizione degli ultimi, ma iscrivere questo cambiamento in un orizzonte, senza confondere la tattica con la strategia. Allora si riconquista un ruolo “regolatore”, dove la politica ritorna ad essere quel luogo dell’indirizzo.  Poi c’è il problema del confronto con le parti sociali. Ho visto che il Presidente del Consiglio non ama la concertazione, io invece amo la concertazione. Riconosco che la mia concertazione è un po’ barocca, forse rococò, ma allora troviamo il modo perché la politica torni ad essere orizzonte senza per questo rinunciare ad avvalersi del dialogo con le parti sociali.

13)   Il fatto che in passato alcuni Governi siano stati guidati da un Imprenditore, significa che c’è stato un accesso diretto della finanza nella politica?

Non voglio dare un giudizio su Berlusconi e sul ventennio, diciamo che forse Berlusconi ha pensato che guidare un Paese fosse come guidare un’impresa, ma sono due modi diversi di agire. La politica del Governo Berlusconi ha scientificamente provato a dividere le sigle sindacali, ha ideologizzato perfino quella scelta, togliendo tutta una serie di regole introdotte nel 2007 sul mercato del lavoro,condivise da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, e comunque quel periodo è stato contraddistinto da una classe politica, che essendo nominata dai segretari di partito, non sempre ha corrisposto a quegli standard di qualità e di preparazione necessari ad una reale emancipazione del Paese.

Enrico Michetti

(19 maggio 2014)

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