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Avvocati: è reato chiedere soldi al cliente se c'è il gratuito patrocinio

La sentenza della Sezione Seconda della Suprema Corte n. 20186/2016.

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L'Avvocato Truffaldino - Puntata 131
 

Nella vicenda giunta all'attenzione della Suprema Corte di Cassazione si controverte della condanna di un avvocato per truffa aggravata per aver taciuto alla propria cliente il significato della avvenuta ammissione al patrocinio a spese dello Stato, sottopostole per la sottoscrizione. 

In particolare veniva accertato che non solo il legale aveva falsamente rappresentato alla sua assistita all'inizio la sussistenza di un obbligo personale (allora inesistente) di pagare le proprie spettanze (da ottemperare alla fine), ma le ha anche taciuto il significato della avvenuta liquidazione degli onorari in proprio favore in virtù del meccanismo del patrocinio dello Stato, così come ha taciuto la portata degli effetti del mutamento delle di sue condizioni reddituali in rapporto alla pregressa ammissione al beneficio (con l'obbligo a carico di restituire allo Stato quanto dall'erario a lui già anticipato a titolo di onorario). 
 
Ha anche artificiosamente mascherato il debito del quale di lì a poco l'Erario avrebbe da lei preteso l'adempimento non già come il recupero di parte dei propri onorari professionali (da decurtare da quelli posti ormai a carico della cliente) bensì genericamente come autonome e distinte spese di inventario, cumulabili con l'onorario. 
 
Attraverso tali raggiri l'avvocato ha, quindi, indotto la donna in errore sulla natura e la evoluzione del rapporto professionale con il legale e sull'importo effettivo degli onorari da lei ancora dovuti, conseguendo un ingiusto vantaggio patrimoniale pari a quella parte di compenso ottenuta quanto meno nella misura dell'importo già liquidati in suo favore dall'erario (euro 30.000 circa) e che la parte assistita e non il legale avrebbe dovuto restituire allo Stato e che quindi egli non aveva diritto a pretendere una seconda volta con relativo sacrificio patrimoniale ingiusto della cliente che è stata chiamata a restituire allo Stato detta somma.
 
La Suprema Corte nella sentenza n. 20186/2016 ha rigettato il ricorso proposto dall'avvocato affermando, come nella contestazione, considerata nella sua interezza, siano contenuti gli stessi elementi del fatto costitutivo del reato ritenuto in sentenza.
 
Il fatto accertato, come indicato dai giudici d'appello, è conforme alla contestazione e a tutte le risultanze dalle quali è conseguita la condanna penale per il reato di truffa.
 
Le sentenze di merito hanno, infatti, dato atto - conclude la Corte - della sussistenza del reato in tutte le sue componenti (induzione in errore, ingiusto profitto e danno).
 
Fonte: Corte di Cassazione

La Direzione

(22 maggio 2016)

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Enrico Michetti
 

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