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Corte di Cassazione

La critica al politico che fa scattare il reato di diffamazione

Offesa all'onore di consiglieri comunali. La scriminante dell'esercizio del diritto di critica politica. La sentenza della Suprema Corte del 10.2.2017.

Era stato condannato in primo e secondo grado del reato di diffamazione aggravata e al risarcimento dei danni un per avere offeso l'onore di tre consiglieri comunali, facendo affiggere per le strade principali di un Comune dei manifesti in cui detti consiglieri erano indicati come responsabili della sottrazione di 560 mila euro dal bilancio comunale per motivazioni addotte dai "cinque cavalieri della tavola ... rotonda" quali "problemi personali che possono essere compresi, ma non possono essere soddisfatti dall'amministrazione comunale ...".

La Corte di Cassazione, Quinta sezione Penale, con sentenza pubblicata in data 10.2.2017 (Presidente: FUMO Relatore: CAPUTO Data Udienza: 23/11/2016) se da un lato ha annullato la sentenza agli effetti penali per intervenuta prescrizione del reato dall'altro ha, invece, confermato gli effetti civili della condanna in quanto non ha riconosciuto la sussistenza della scriminante dell'esercizio del diritto di critica politica.

In particolare, la Corte, ha richiamato la giurisprudenza a tenore della quale l'esercizio di tale diritto può rendere non punibili espressioni anche aspre e giudizi di per sé ingiuriosi, tesi a stigmatizzare comportamenti realmente tenuti da un personaggio pubblico, ma non può scriminare la falsa attribuzione di una condotta scorretta, utilizzata come fondamento per l'esposizione a critica del personaggio stesso: dunque, la critica politica - che nell'ambito della polemica fra contrapposti schieramenti può anche tradursi in valutazioni e commenti tipicamente "di parte", ossia non obiettivi - deve pur sempre fondarsi sull'attribuzione di fatti veri, in quanto nessuna interpretazione soggettiva, che sia fonte di discredito per la persona che ne sia investita, può ritenersi rapportabile al lecito esercizio del diritto di critica, quando tragga le sue premesse da una prospettazione dei fatti non vera.

Alla luce di tali principi, la Suprema Corte ha evidenziato come nella vicenda in esame la Corte distrettuale ha dato conto della falsa attribuzione alle persone offese di una condotta scorretta, ricostruendo il significato offensivo delle espressioni riportate nei manifesti non già singolarmente considerate, ma collocate nel «complesso dell'informazione rappresentato dal testo»: in tale corretta prospettiva ricostruttiva dell'obbiettivo significato del fatto comunicativo, il riferimento alla "sottrazione" della cospicua somma dal bilancio comunale è posto in correlazione, nei manifesti fatti affiggere dall'imputato nelle strade principali del Comune, a "problemi personali" dei consiglieri comunali, a loro volta indicati come "cavalieri della tavola ... rotonda".

Nei termini indicati, conclude la Corte, "la deduzione difensiva circa la riferibilità del contenuto dei manifesti ad un'operazione di storno di bilancio dà corpo, al più, ad un'interpretazione soggettiva di detto significato, laddove la sua valenza lesiva della reputazione delle persone offese fondata su una prospettazione dei fatti non vera è stata congruamente argomentata valorizzando il collegamento testuale della sottrazione all'esigenza di far fronte a "problemi personali" dei consiglieri comunali, rappresentati come partecipi alla "tavola ... rotonda" costituita, all'evidenza, da risorse pubbliche".

Fonte: Massimario Gazzetta Amministrativa

Enrico Michetti

La Direzione

(16 febbraio 2017)

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